
CHIESA DI “S. BIAGIO DEL PIANO”
Questa chiesa, una delle più antiche sorte “foras civitate”, si trovava nella zona del “Piano”, ovvero nel vasto territorio che si estendeva ad oriente della collina della Terra e che a grandi linee può essere identificato nelle pertinenze dell’attuale “Largo S. Spirito”.
La ritroviamo citata una prima volta in un documento del 1163, dal quale si apprende che essa era situata vicino ad un’altra chiesa del Piano, S. Nicola dei Latini – da non confondere con S. Nicola (dei Greci) che si trovava alla Tofara
Entrambe le chiese erano di patronato laico: difatti nel documento del 1163 “Giovanni e sua moglie Murica” donarono i diritti che avevano (S. Nicola e S. Biagio), al Monastero di Montevergine. I monaci comunque s’impegnavano a rispettare gli statuti del patronato, che prevedevano di corrispondere un censo annuo al capitolo vescovile e di non interferire sulla scelta del rettore.
Molto probabilmente, il monastero di Montevergine dopo, alcuni anni cedette i diritti sulla chiesa di S. Biagio e conservò solo quelli sulla chiesa di S. Nicola; infatti in una bolla di Celestino III del 1197, nella quale venivano confermati i possedimenti di Montevergine, mentre viene citata la chiesa di S. Nicola, non compare l’altra.
L’ultimo documento che ci attesta l’esistenza di questa chiesa risale al 1242, quando troviamo citato Pietro archidiaconus Avellini, rector eccl. s. Blasii de Capite Avellini.
Interessante notare il “nuovo” titolo della chiesa: S. Biagio “de Capite”. Con l’espansione urbana il “Piano” venne caratterizzato da toponimi più specifici, che circoscrivevano zone ben definite. S. Biagio “de capite”, evidentemente, si trovava verso il limite orientale del suburbio cittadino. Il “Capo occidentale”, invece, era collocato nei pressi dell’attuale via Nappi. Incidentalmente facciamo notare che anche la chiesa di S. Nicola subì le stesse “innovazioni toponomastiche”.
Molto probabilmente nel corso del sec. XIII la chiesa scomparve e i suoi beni vennero incamerati dalla chiesa di S. Nicola “de capite”.
LA CONFRATERNITA E ORATORIO
La confraternita dell’Immacolata Concezione è un’associazione molto antica fondata all’inizio del 1500 e disponeva una cospicua quantità di beni. La Confraternita dell’Immacolata Concezione inizialmente aveva il suo Oratorio in un vano del chiostro del Convento di San Francesco situato all’epoca nell’attuale Piazza Libertà. Nel 1617 un documento stabilì una serie di regole scritte che regolamentarono i rapporti di convivenza e di reciproco rispetto tra i componenti della Confraternita e i frati. Nella metà del 1700, una controversia fra loro iniziò e la Confraternita fu allontanata dal monastero e fu costretta a reperire nuovi locali. Dopo un’accurata ricerca si giunse all’individuazione di alcuni corpi di fabbrica attigui al “Palazzo Amoretti” (l’attuale Camera di Commercio).
All’interno dell’Oratorio sono conservate numerose opere di indiscusso valore storico-artistico. Una statua raffigurante la Madonna del Carmine con Bambino del XVII secolo. Tre tele raffiguranti rispettivamente: “l’Immacolata Concezione” della fine del XVII raffigurante la Vergine Immacolata in gloria attorniata da un gruppo di angioletti
“San Gennaro di Francesco Solimena – XVII sec.”

“San Modestino di Francesco Solimena – XVIII sec.”.

LA CRIPTA

Intorno agli anni ’70, durante i lavori di restauro sotto il pavimento dell’Oratorio della Santissima Concezione venne scoperto un vano che risultò essere stato utilizzato in passato quale luogo di sepoltura. Il luogo è noto come “Cripta di San Biagio”, tale ambiente è antecedente all’edificazione della chiesa. Una parte della cripta risulta essere la più antica risultante all’età longobarda (IX sec). La cripta si presenta in tre livelli e tre ambienti di diverse epoche. Nella prima quella sicuramente appartenente alla costruzione della chiesa sono situate le cosiddette sepolture a scolo, scanni in pietra dove vennero trovati alcuni cadaveri di confratelli seduti ogni seggio era dotato di un pozzetto per la raccolta dei liquami organici e convogliati in pendenza verso un altro pozzetto presumibilmente posto dietro l’altarino centrale.

Quest’ultimo costituito da un piccolo capitello romantico. La simbologia della decomposizione dei cadaveri era molto sentita la carne, che rappresentava i peccati e la corruzione materiale marcendo si distaccava dalle ossa, da sempre simbolo di purezza. Questa sorta di Purgatorio reale predisponeva le anime dei defunti così purificati, ad essere meglio accolti nel regno dei cieli. Poco distante nella piccola edicola è collocato il seicentesco busto in argento di San Biagio. Si conserva inoltre un’antica cassaforte, dei XVII sec. che all’epoca custodiva il tesoro della Confraternita oggi depositato in banca per motivi di sicurezza: gioielli in oro, pietre preziose e oggetti in argento (ex voto testimonianza degli avellinesi e non).



La cripta di San Biagio è uno dei pochi esempi artistici nella nostra città che fanno scoprire, le vere radici, la cultura, la storia di Avellino.
Fonte: Prof.A.Montefusco “Monografie per la storia di Avellino”
